Villocentesi

La villocentesi, è un esame diagnostico che consiste nel prelievo dei “villi coriali” (la parte embrionale della placenta) per scopi diagnostici finalizzati ad individuare affezioni genetiche nel feto. In particolare viene aspirata, tramite una procedura di media complessità, una quantità di tessuto coriale dell’ordine di 10-15 mg.

Come nasce questa tecnica diagnostica?

Il prelievo dei villi viene praticato inizialmente nel 1976 con lo scopo di ricercare la mutazione genetica che interessa il tratto di DNA responsabile dell’alfa-talassemia, una patologia genetica che può quindi essere diagnosticata nel feto in via di sviluppo nel corpo materno. La villocentesi trae fondamento scientifico grazie all’avvenuta dimostrazione che il trofoblasto (tessuto cellulare che da vita alla placenta e ai tessuti che nutriranno il bambino) ed il feto hanno origine dallo stesso tessuto condividendo quindi lo stesso genoma. Il prelievo non si effettua quindi sul feto (non è quindi una biopsia) e quindi, come nel caso dell’amniocentesi, ha come oggetto un tessuto esterno al feto, anche se prossimo allo stesso.

villocentesiDall’utilizzo della diagnosi mono-genica iniziale, la villocentesi è stata poi impiegata per la diagnosi di molte altre patologie, sia continuando ad analizzare i villi coriali, che successivamente il liquido amniotico, fino al giorno d’oggi in cui tale metodica di analisi può individuare qualsiasi patologia genetica tra quelle conosciute. Il limite non è quindi della tecnica di analisi ma della conoscenza del genoma umano. Con questa pratica si ha quindi completo accesso a tutto il DNA del feto, senza esclusioni. In sostanza, ogni volta che la ricerca medica mette in stretta relazione una malattia genetica con un’alterazione del DNA, la villocentesi permetterà di individuarla in diagnostica pre natale.

Nel 1983 questa pratica si è affermata ulteriormente grazie alla dimostrazione da parte del genetista Giuseppe Simoni della validità della procedura di prelievo e di analisi. Lo studio dello scienziato italiano fu pubblicato sulla nota rivista medica internazionale The Lancet, in un articolo a quattro mani con il ginecologo italiano Bruno Brambati.

Metodica di esecuzione

L’aspirazione dei villi coriali si esegue di norma tra la decima settimana e la quattordicesima settimana di gravidanza. In rari casi si può svolgere al di fuori di questa finestra temporale, anche se si cerca di evitare di svolgere la villocentesi prima della nona settimana di gestazione, poiché statisticamente tale pratica ha prodotto in passato alcune rare malformazioni degli arti.

Esami preliminari

Prima del prelievo dalla clinica viene richiesta alla mamma la produzione di risultati delle seguenti analisi fondamentali per procedere con la villocentesi in modo sicuro:

  • Gruppo sanguigno e fattore Rh di entrambi i genitori. Qualora la mamma risultasse con un fattore RH- ed il papà RH+ sarà fondamentale svolgere anche un test di Coombs in modalità indiretta per decidere se somministrare o meno una profilassi anti D post-villocentesi, onde evitare reazioni autoimmuni dal corpo materno a quello del feto.
  • Ricerca dell’epatite B e C nella madre
  • Test HIV (non obbligatorio)

In alcuni casi viene eseguita una profilassi antibiotica 3 giorni prima del prelievo per assicurare una sterilizzazione massima nella madre da infezioni come quella da micoplasma e clamidie che possono essere trasmesse al feto nella fase di penetrazione dell’ago.

La procedura di estrazione della villocentesi nelle sue tipologie

Villocentesi transcervicale
Si tratta di una delle più antiche tecniche, non più in voga al giorno d’oggi.
Villocentesi transaddominale
La gran parte dei centri che svolge la villocentesi ad oggi utilizza questa metodica. Tale tecnica, nata nel 1984 è sicuramente meno rischiosa della trans-cervicale, abbandonata per i rischi maggiori per la mamma e il feto, fu impiegata inizialmente per la diagnosi di mola idatiforme anche precedentemente al 1984, ed in particolare, iniziando nel 1966, in cui si utilizzava anche per la valutazione dello stato di salute della placenta.

L’esecuzione prevede il prelievo guidato tramite l’ecografia, esattamente come avviene nelle moderne amniocentesi e viene effettuata esclusivamente in centri di alta diagnosi specializzata con tecnici qualificati. Si utilizza sia l’ago singolo che il doppio ago, guidati da una sonda ecografica. Nella prima tecnica, quella ad ago doppio, il primo ago, noto come “ago guida” viene introdotto per poi far scorrere al suo interno il secondo ago per il prelievo. L’introduzione dell’ago avviene dopo aver individuato mediante l’ecografia, il luogo idoneo al prelievo.

L’ago guida si appoggerà nel chorion, per poi fare posto all’ago del prelievo che entrerà in profondità nel chorion e, ruotando e scavando nel chorion (l’operatore eseguirà appositamente un movimento rotatorio), risucchierà il materiale che sarà stoccato nella siringa posta all’estremità esterna dell’ago. Il prelievo è di pochi millilitri di materiale e liquido che saranno accolti in una soluzione fisiologica sterile. L’ago prelevatore sarà rimosso insieme al liquido della siringa. Si cambierà siringa e si procederà ad una seconda estrazione, mantenendo l’ago guida al suo posto. In alcuni casi si arriva anche ad un terzo prelievo in funzione del parere del tecnico che dovrà considerare il materiale prelevato come “sufficiente all’analisi”.

Come per l’amniocentesi, anche la villocentesi si esegue con una visione in tempo reale sullo schermo dell’ecografo per poter visionare il corretto svolgersi delle operazioni dei due aghi e per controllare la corretta posizione degli stessi.

L’ecografia post-prelievo
A seguito del prelievo, viene eseguita un’ecografia fetale per verificare la persistenza del battito cardiaco e delle normali funzioni vitali del bambino per poter passare ad una dimissione certa. La dimissione è di norma accompagnata dalla raccomandazione di riposare e non fare sforzi per i successivi 10 giorni, onde evitare compressioni dell’addome che potrebbero portare a rallentamento della fase di rimargino del foro inter-tessutale prodotto dall’ago usato nel prelievo.

Risultati dell’esame

L’esame ha un’elevatissima attendibilità; il margine di errore infatti si riferisce ad eccezioni inferiori allo 0,001%. Ogni centomila prelievi infatti si sono evidenziati casi di non rilevazione di malattie cromosomiche, riscontrate poi alla nascita. Qualora si sia deciso di praticare la villocentesi per l’analisi de DNA di alcune specifiche malattie, la risposta è considerata attendibile al 100%.

I tempi di risposta

Di norma le analisi per patologie genetiche viene completata entro i due giorni dall’acquisizione del campione, anche se per pratiche amministrative e workflow interni ai laboratori di analisi, la risposta viene fornita entro 10-20 giorni dalla data del prelievo.

Controllo del materiale prelevato

Il controllo del materiale asportato viene eseguito mentre la paziente è ancora distesa, al fine di ripeter il prelievo qualora il controllo fornisse esito negativo. Di norma l’analisi dei villi coriali asportati viene svolto nel laboratorio adiacente alla sala prelievo. L’analisi viene svolta con il microscopio e viene analizzata la quantità e la qualità del campione. Ad un occhio esperto è possibile confermare in modo molto rapido la qualità del prelievo, anche se il passaggio al microscopio funge da ulteriore conferma.

Successivamente il campione viene analizzato dai genetisti dell’equipe, che separano i vilil coriali dal resto del materiale (coaguli e decidua basale). Si tratta di un’operazione delicata che prevede lo spostamento dei villi in una capsula di Petri in cui, tramite una pipetta di Pasteur si puliscono (con soluzione fisiologica o liquido di Chang) i villi dal sangue, dal muco e dalla decidua e vengono poi inviati al laboratorio di analisi. In alcuni casi è necessario operare una coltura per migliorare la quantità del materiale analizzabile, fino a raggiungere la quantità necessaria (dai 10 mg in su) per procedere con l’analisi, anche se differenti laboratori richiedono differenti quantità minime di villi coriali.

La villocentesi transaddominale (la più usata) permette di acquisire anche 50 mg di materiale, contro i 10 della transcervicale, motivi per cui tale pratica nel tempo è stata abbandonata). Di norma il prelievo di 50 mg di villi è ben tollerato dal corpo materno e dal rapporto mamma-figlio e non comporta rischi elevati per la prosecuzione della gravidanza.

Rischi e percentuali di aborto

La villocentesi presenta rischi maggiori rispetto all’amniocentesi, con una percentuale abortiva variabile in funzione della tecnica adottata. Il prelievo di villi voriali transcervicale, non più in voga, aveva un rischio di aborto dell’8 percento, mentre la transaddominale scende al 2,5 %, anche se negli ultimi anni alcune cliniche hanno portato il valore all’1,8%.

Va anche detto che la villocentesi ha maggiori probabilità di aborto dell’amniocentesi anche per il periodo in cui si esegue, nettamente anticipato rispetto alla 18° settimana dell’amniocentesi. La villocentesi, se eseguita nel secondo e terzo trimestre infatti, non ha mai dato esito ad aborto.

In alcuni casi, due giorni dopo la villocentesi non è rara e non è da collegarsi ad una minaccia di aborto (colpisce infatti il 20% dei casi), così come dolori e contrazioni sono frequenti anche se senza rischi per l’esito della gravidanza, poiché fisiologici.

Utilizzo per i test di paternità prenatale

La villocentesi è impiegata per individuare in modo certo ed affidabile il padre biologico del bambino. I test di paternità prenatali sono fondamentali in alcuni casi di ambito giuridico (cause patrimoniali o legali) e per assicurare il padre della paternità del nascituro. Viene anche impiegata per la certificazione paterna a seguito di fecondazione artificiale (in vitro), per appurare la corretta inseminazione artificiale esente da scambi di provette ed errori di impianto.