Il parto

Il parto è la fase culminante della gravidanza, il termine della gestazione, che coincide con la nascita del bambino o della bambina. Di seguito la fase del parto è spiegata in dettaglio per permettere di conoscere questo evento in tutti i suoi dettagli.

Le fasi del parto

  1. La nascita naturale
  2. Fase prodromica
  3. Fase dilatante
  4. Fase espulsiva
  5. Fase del Secondamento
  6. Fase post parto
  7. Il parto
  8. I Dolori del parto
  9. La gestione del dolore con medicamento
  10. Il parto in acqua
  11. Il parto cesareo

La nascita naturale

Accademicamente, la fase terminale della gravidanza, nota con il nome di “Parto”, si può suddividere in quattro eventi principali:

  • Travaglio parte 1: la fase prodromica
  • Travaglio parte 2: La fase dilatante
  • La fase espulsiva (la nascita)
  • Il secondamento (l’espulsione della placenta)

Di seguito tali fasi vengono ampiamente descritte.

Fase prodromica

Questa fase vede come principale attore la contrazione uterina, che inizia in modo non regolare e che ora dopo ora si regolarizzano. Tutto ha inizio con le contrazioni di Braxton Hicks, delle contrazioni simili a quelle del travaglio ma molto blande. Alla fine di questa fase, che avrà una durata soggettiva, iniziando da una settimana a qualche settimana prima del parto, potrebbe avvenire l’espulsione del “tappo mucoso”, che apre le porte al vero e proprio travaglio, che può iniziare in modo repentino o graduale, e che è caratterizzato dalla dilatazione della cervice dell’utero con regolarità. La fase prodromica ha una durata variabile da partoriente a partoriente, e può andare dalle 5-12 ore nelle donne che non hanno mai avuto figli prima (nullipare) e può essere molto più veloce (anche solo 1 ora) nelle donne che hanno già partorito (pluripare).

Fase dilatante

L’inizio del travaglio vede la dilatazione della vagina e la comparsa di contrazioni regolari (si entra nella fase dilatante quando le contrazioni arrivano ogni 5 minuti, e quando la durata delle stesse supera i 40 secondi, e si ha una crescita costante del dolore, ad ogni susseguirsi di contrazioni. Tale fase può durare 4 ore di media nelle nullipare e anche solo 1 ora nelle pluripare, ma anche in questo caso, la durata è estremamente soggettiva e varia da donna in donna (come molte altre fasi o sintomi della gravidanza).

Come funzionano le contrazioni?

L’utero è composto da muscoli di forma allungata (lunghe fasce muscolari) che lo percorrono dalla zona alta del corpo alla zona bassa. Questi muscoli, durante la fase di contrazione, diventano più corti, rendendo l’utero stesso più corto ed alzando la cervice uterina portandola a toccare il bambino (che nella fase pre-parto avrà assunto una posizione cefalica, ossia con la testa verso il basso del corpo materno). Con il proseguire delle contrazioni la cervice uterina inizia ad allargarsi, fino a raggiungere i 12 centimetri di diametro per dare il via al parto facendo fuoriuscire la testa del neonato.

La rottura delle acque

Di norma poco prima o poco dopo dell’avvenuta dilatazione massima si ha la rottura della acque, che avviene quando le membrane amniotiche si rompono in modo spontaneo. Va detto che in caso di parto ritardato, per indurre il parto e per dare l’avvio alla fase di travaglio, il sacco amniotico si può rompere anche per induzione, come di frequente avviene a seguito della manovra di “scollamento” delle membrane dall’utero (manovra utile ad accelerare l’entrata in fase di travaglio).

La fase dilatante termina quando la cervice uterina ha raggiunto il suo diametro massimo di apertura, fase che spesso coincide con la rottura delle acque, che se avviene prima che sia completa la dilatazione, viene denominata “rottura precoce”, mentre se avviene prima dell’inizio del travaglio si chiama “rottura pre-travaglio” (o PROM).

In questa fase il dolore è percepito sia in zona lombare che sacrale.

Fase espulsiva: il parto

Questa fase del parto ha inizio quando si raggiunge la massima dilatazione possibile. Si tratta a tutti gli effetti di una fase contrattiva, con il miometro che si contrae sotto la spinta dell’ormone ossitocina, prodotto dalla ghiandola dell’ipotalamo. La dilatazione della cervice uterina stimola il sistema nervoso periferico che richiede alla neuroipofisi la produzione di questo ormone, che da al corpo l’informazione che il momento dell’espulsione è giunto. La fase di espulsione dura in media mezz’ora, anche se nelle pluripare può durare anche pochi minuti. Il termine massimo oltre il quale i medici devono intervenire nel parto è di un’ora. Oltre questo tempo, qualora la fase espulsiva non fosse terminata, in relazione al quadro clinico materno e fetale, potranno optare se operare d’urgenza un parto cesareo. A volte infatti il bambino può presentare un cordone ombelicale corto o essere incastrato nello stesso ed impedire il corretto svolgersi della fase espulsiva. La permanenza in questo stato può arrecare sofferenza cardiaca al feto ed è questo il motivo per cui la durata dell’espulsione è monitorata costantemente dall’equipe medica.

Inizia così la seconda fase del parto, ossia quella post-travaglio in cui il bambino viene espulso e raggiunge il mondo esterno. Nella grande maggioranza dei casi il bambino si presenta con la testa (posizione cefalica), mentre in alcuni rari casi fuoriescono prima i piedi o le natiche (podalica).

Il parto podalico richiede il supporto di un’ostetrica esperta che in molte regioni del pianeta può non essere facile trovare, mettendo a rischio la sopravvivenza del bambino e della mamma. Nel parto podalico il bambino presenta di solito prima il sedere e successivamente i piedi, vicini al sedere, con le ginocchia piegate. In alcuni rari casi il bambino riesce ad uscire prima con le natiche e successivamente con le gambe stese lungo l’addome, con le orecchie che toccano i piedi per intenderci, dimostrando la grande elasticità dei bambini. In alcuni casi fuoriesce prima un braccio o una gamba. La bravura dell’equipe medica in questi casi sta nell’evitare il parto cesareo e nel mettere in pratica le manovre utili a far girare il bambino prima del parto e durante il parto stesso, per riuscire a portarlo il posizione cefalica. Il peggior parto è quello in cui fuoriesce un braccio, posizione che sta ad indicare che il bambino è di traverso (né di testa né di sedere), obbligando al parto cesareo.

Fase del Secondamento

Questa fase è estremamente rapida, per una durata media di 25 minuti e segue immediatamente quella dell’espulsione del neonato. Si tratta a tutti gli effetti della fase in cui il corpo materno espelle la placenta, il cordone ombelicale, le membrane amniocoriali (che hanno delimitato il sacco amniotico per i nove mesi). In alcuni casi questa fase può durare anche un’ora ed in caso di ritardata espulsione secondaria i medici possono optare per il “secondamento manuale”, ossia la rimozione manuale che può essere eseguita previa somministrazione di anestesia totale.

Fase post parto

Si tratta delle due ore successive all’espulsione e al secondamento, in cui la mamma deve essere assolutamente monitorata nei suoi parametri vitali, dalla pressione sanguigna al ritmo cardiaco, con il monitoraggio della retrazione dell’utero (che inizia subito dopo il parto)

I Dolori del parto

La quantità di dolore percepito dalla partoriente durante la fase del parto è altamente variabile e soggettivo da donna a donna; alcune riferiscono lievi fastidi mentre altre raccontano dolori acuti ed insopportabili.

Questa differenza così ampia nella percezione del dolore durante il parto è molto influenzata dall’aspetto psicologico. La paura del parto in generale, soprattutto se alla prima esperienza, la posizione del parto, la sensazione di essere o meno soli durante il travaglio, i livelli delle beta-endorfine e, come in tutti i casi di dolore, la capacità di tollerare il dolore.

Durante il travaglio, le contrazioni sono percepite dalla maggior parte delle donne come dolorose, mentre per una piccola minoranza addirittura piacevoli o di lieve fastidio.

La gestione del dolore con medicamento

Alcune donne maturano convinzione che la terapia farmacologica possa arrecare danni al bambino e cercano fino all’ultimo di non ricorrere alla terapia antidolorifica farmacologica durante il parto e le fasi di travaglio. Molte scelgono quindi la famosa partoanelgesia, nota con il nome di analgesia peridurale, o “epidurale”, capace di diminuire in modo importante il dolore correlato alla sequenza di contrazioni e alla fase espulsiva.

L’epidurale si pratica inserendo una cannula (piccolo catetere) tramite un foro praticato sull’area lombare. La cannula raggiunge la zona intervertebrale lombare e permette ai medici il rilascio di anestetico utilizzando lo stesso canale per tutto il tempo del parto secondo necessità e senza dover reinserire la cannula ad ogni somministrazione.

Il parto in acqua

Una pratica molto di moda tra le mamme, che richiedono di effettuare il parto immerse nell’acqua. Questo tipo di parto viene proposto dalle strutture mediche o dai ginecologi come metodo per controllare il dolore e ridurre la forza di gravità sul proprio corpo alleviando i dolori e permettendo una riduzione della terapia medica farmacologica del dolore durante la fase del parto. Diverse pubblicazioni su PubMed international hanno dimostrato il minor numero di danni al bambino durante il parto nei casi di parto in acqua.

Il parto cesareo

In alcuni quadri clinici si può optare o si è può essere obbligati ad intervenire con il parto cesareo, che consente l’estrazione del bambino dal corpo materno tramite l’incisione del basso ventre materno. Per maggiori informazioni visitare la scheda del part cesareo.